Yvan Beltrame
Yvan Beltrame
efebo di Mozia

La storia

Ci possono essere dei momenti della vita in cui i ricordi, anche molto lontani, possono trascinarti indietro e spingerti al centro di un passato dissolto.

Un giorno, improvvisamente, ritornai con i pensieri dentro l’assolata, scintillante, nitida, araba Sicilia, dove avevo passato un breve periodo della mia vita e dove mi sentii parte di un amalgama magico legato al ritrovamento di una statua greca di eccezionale bellezza, che mi aveva sedotta e affascinata quanto, anzi assai più di qualsiasi essere umano. Avevo bisogno, un bisogno forte e inarrestabile, di raccontare di quelle sensazioni che provai allora e delle cose che mi accaddero. Sentii che era arrivato il momento di parlare di una morte violenta, così come mi era rimasta negli occhi un pomeriggio di fine estate, dei sogni e delle premonizioni che in quel periodo avvertivo giornalmente. Tutto ciò, naturalmente, l’avrei fatto mescolando realtà e fantasia eppure mi capitò di modificare più la fantasia con la realtà che non viceversa: gli accadimenti andavano come fotogrammi accelerati senza che riuscissi compiutamente a seguirli, e a capirli fino in fondo.

Il teatro della storia, che inizia nel settembre del 1979 è Mozia, il cui idioma per i fenici era M T W (MTV A): iniziano degli scavi archeologici e, se la teoria è giusta, si riuscirà a dimostrare che lì sono vissuti i fenici e con un po’ di fortuna si riporteranno alla luce i reperti di un ipotetico antico insediamento di questo misterioso popolo, forse qualche coccio, qualche suppellettile, qualche oggetto. All’improvviso, in circostanze del tutto fortuite, viene scoperta una statua greca di notevole valore: l’efebo di Mozia. Conservata in modo straordinario, un miracolo archeologico. Si rimane senza parole: qualcosa di magico e soprannaturale è stato riportato alla luce, anzi è ritornato.

La comunità scientifica veneziana, particolarmente ammaliata dalla storia fenicia, è effervescente, sembra preda di pura eccitazione. Sul luogo, per i primi accertamenti e per avviare una ricerca storica, viene mandato un esperto di storia antica dell'Università di Venezia: l’arch. Michele Moro Lin che, nella solitudine di quell’isola polverosa e dimenticata, ricostruisce le vicende legate all'esecuzione del marmo, fino alla distruzione di Mozia, avvenuta nel IV secolo avanti Cristo, da parte dei greci di Siracusa. Deve comporre un mosaico composto da tanti tasselli: è una sfida con gli enigmi del passato che accetta, come sempre.

Nel breve spazio di un mese e sullo sfondo di una Sicilia dalle tinte forti e dai contorni inquietanti, il protagonista, coinvolto in episodi che si intrecciano con le vicende storiche dell'isola, non potrà completare il suo lavoro perché un giorno, alla fine di una polverosa curva, lo attende la morte.

Il tempo si ferma, rimane in sospensione, ancora un granello di attesa, dopo i millenni passati. Trascorrono dieci anni precisi prima che arrivi il deus ex machina nella persona di una giovane ricercatrice veneziana: energica, ambiziosa, di grande curiosità e determinazione. Venuta in possesso degli appunti di Moro Lin li interpreta, li rielabora, vede simboli e segni mai scritti, fa congetture, pensa che tutto abbia un senso e che basta saper osservare.

Vola dalla sua laguna di Venezia a quella di MTW di cui si sente già parte, e tutto, lentamente e finalmente, acquista un senso.

 

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© Serenella Minto