Yvan Beltrame
Yvan Beltrame

Gentiluomini del pennello: Yvan Beltrame (1)

Yvan Beltrame nel suo atelier

Venezia, seconda metà del 1970, Fondamenta Nuove

 

Yvan Beltrame aveva accettato di cambiare studio per la luce chiara e uniforme che entrava dalle ampie finestre rivolte a nord. La casa era alta, a più piani, e l'atelier si trovava nell'attico che guardava verso la laguna nord, davanti all'isola di San Michele.

La giovane donna lo aveva quasi pregato di accettare quella sistemazione, in fondo, anche se il luogo non aveva il fascino che emanava il Sestiere di Dorsoduro, dove Yvan aveva vissuto e dipinto fino allora, il paesaggio che lui osservava dal terrazzo era identico a quello che, 400 anni prima, il grande artista cadorino Tiziano Vecellio vedeva dalle sue finestre ai Biri Grandi, a San Canciano. Tiziano aveva scelto quel lato di Cannaregio proprio per guardare le sue montagne che, durante le fredde mattine di bora o di grecale, si stagliavano nitide oltre il confine della laguna e, nei giorni di garbin, con la luce limpida dei cieli tersi di primavera, sembravano ancora più vicine.

Quella era la terza volta che Yvan si spostava con tutta la sua attrezzatura da un atelier a un altro, ma le due volte precedenti era sempre rimasto a Dorsoduro, il sestiere degli artisti, vicino all'Accademia di Belle Arti dove, tra quegli angoli e tra quei canali, ruotava tutto il suo mondo.

La giovane donna voleva far diventare il nuovo atelier come il luogo della reciproca creatività: uno spazio magico all'ultimo piano di una casa immersa nel vento e nel sapore acre del salso. Lei era una skipper esperta e, in quella casa all'ultimo piano, le sembrava di respirare la stessa aria che le schiaffeggiava la pelle del viso, quando si trovava sul ponte della sua barca a vela da 12 metri.

Da quando si era trasferito nel nuovo studio Yvan era invece inquieto, spesso non tornava a San Sebastiano neanche per dormire, si accontentava di distendersi su una branda portata lì per riposare o per fare l'amore. Quando però lei arrivava, salendo le scale quasi di corsa con il petto che si alzava e abbassava per il respiro affrettato, lui aveva soltanto voglia di uscire e la riportava giù dalle scale quasi correndo.

Durante il giorno, girando per quelle stanze così pulite e bianche Yvan si sentiva vuoto e inerme: guardava le tele ancora imballate e non trovava il tempo e la voglia neanche per togliere gli spaghi.

Yvan aspettava, ascoltando Beethoven e Chopin e guardando la linea di orizzonte tra il cielo e l'acqua della laguna. Oppure disegnava con la tempera su delle tavolette di compensato marino che lei aveva fatto portare fin su all'ultimo piano da uno degli operai del cantiere nautico. Tutto quel cielo chiaro, quella luce opalescente e l'acqua quasi verde della laguna gli suggerivano colori quasi trasparenti da sciogliere con l'acqua, perché quella era la casa della luce.

Non chiudeva mai gli scuri. Di notte qualche fanale tremolante segnava il ventaglio dei canali oltre San Michele in direzione delle isole della laguna nord, verso la vicina isola di Murano, e la piccola isola di San Giacomo in Paludo. Il buio, perfetto e inviolato all'orizzonte acqueo, non lasciava intravvedere nient'altro ma Yvan sapeva che, molto più lontano, a levante, c'era la piccola isola conventuale di San Francesco del Deserto e, ancora più a tramontana, vicino alla palude della Rosa, le isole di Mazzorbo e Burano, Torcello ...

Di mattina la luce entrava molto presto dalle finestre, e lo trovava già sveglio, con la mente che tutta la notte aveva immaginato e costruito forme e colori. Anche i sogni, quando verso l'alba riusciva a dormire un'ora o due erano a colori, immagini e forme che si proiettavano come in un caleidoscopio dentro di lui, a volte sviluppando delle storie senza capo né coda, altre fissandosi come fotogrammi immobili su una tela. Di notte, nascevano nella sua mente opere straordinarie, composte con frammenti di lavori già fatti, che ritornavano in superficie con riflessi fantasmagorici: un'ossessione per la pittura che lo aveva accompagnato tutta la vita...

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© Serenella Minto