Yvan Beltrame
Yvan Beltrame

The Bridge  

 

 

Ho staccato un campo di nuvole, lo accudirò bene.

Ogni uccello, felice, mi ha donato una piuma: spunterà una capanna.

Franco Alesci

 

L'incontro

 

     Yvan me lo presentò Chicca, con cui, già allora, convivevo a Treviso in un piccolo appartamentino pieno di monitors, computers e libri.

    Siccome cucinavo poco, mentre viceversa leggevo continuamente, prima della sua magica comparsa, avendo poco spazio a disposizione, avevo utilizzato anche gli armadietti della cucina per riporre la grande quantità di libri che avevo accumulato negli ultimi anni.

      Ricordo, con un certo imbarazzo, la prima volta che Chicca, amabile come sempre, volle cucinarmi un manicaretto: quando aprì lo sportello dell’armadietto in cucina, per poco non venne investita da una cascata di libri.

      Le pentole, nel tempo, le avevo relegate nell’ombra del magazzino al piano terra.

      Non contento, le avevo sommerse sotto decine di scatoloni vuoti che avevano costituito gli imballi di stampanti, scanners, computers, schede varie, modem, che allora cambiavo frequentemente e che, non avevo mai né tempo né voglia di schiacciare, riporre, e mettere dentro la campana per la raccolta della carta.

      Mi meravigliai molto, dopo la vicenda della “cascata dei libri", che le pile di scatoloni giù in cantina avessero quasi raggiunto il soffitto.

      Se dovessi dividere in due fasi principali la mia vita di allora potrei dire: la vita prima di lei, del disordine, della polvere, degli orari rovesciati, e quella dopo di lei, dell’ordine, delle ore stabilite, dei profumi e delle essenze ovunque.

     L’incontro con Yvan avvenne poco dopo che io e Chicca rientrammo da New York, era l’inizio del 2002.

   Eravamo ancora intrisi dalle devastanti sensazioni che avevamo provato visitando la grande mela, avevamo appena visto ground zero, vivendo quella strana mestizia insieme a quella eroica solidarietà dei newyorkesi.

    Fra l’altro, quando dopo molti anni di convivenza decidemmo di sposarci, ci rendemmo conto, credo un paio di giorni prima della cerimonia, che il giorno fissato per le nozze civili, sarebbe capitato proprio l’11 settembre, semplicemente, ne sorridemmo.

     Yvan ci attendeva al tavolino di un bar a Mogliano Veneto, un paese tra Venezia e Treviso, ricco di “esuli” veneziani che qui, più che in altri posti, hanno eletto la loro seconda patria lasciando una Venezia, ancora nel cuore, sempre di più esageratamente scomoda e cara.

      Io non avevo mai parlato con persone così anziane, e lui, il maestro del colore, aveva ormai quasi ottantacinque anni.

      Sembrava ripiegato per quattro.

      Pensai: se un giorno anch’io dovessi vivere così lungamente, quando mi siederò mi ripiegherò come una fisarmonica?

     Ad una certa età uno diventa vulnerabile come un bambino di pochi anni e qualche anno dopo, diventa come un neonato, o un uccellino in gabbia, secondo una regressione di crudele vulnerabilità, che condensa tutto il cinismo della natura e della vita.

 

 Gli allungai la mano pregandolo di rimanere seduto.

     Faticosamente, ma a tutti i costi, facendo leva con un avambraccio sul bastone da passeggio e con l’altro sul bracciolo della sedia, infine si alzò.

    Qualche istante dopo pensai, che mentre ci presentavamo avevo chinato la testa, quasi facendo un saluto alla giapponese.

     E mi era venuto istintivo!

    Per un anarcoide del mio calibro, uno che non riconosce l’autorità e che non si piegherebbe né davanti a re, regine, o presidenti, era davvero qualcosa di sorprendente e di cui mi stupii.

      Ma pensandoci: era nell’ordine delle cose, - delle mie cose -, inchinarmi non davanti al potere ma all’arte.

      E lui era un grande artista.

      Inizialmente io gli davo del lei chiamandolo Maestro e lui mi dava del voi, come si usa a Venezia, chiamandomi ingegnere, nonostante, ormai da qualche anno, io avessi abbandonato la professione per altre cose e lui, per motivi di cui dirò, avesse smesso di dipingere.

    Parlò in veneziano fin dal primo momento, che era per entrambi la prima lingua, creandomi la gradevole sensazione di ritornare all’infanzia e alla famiglia.

     Parlammo cantilenando.

     Mentre sorseggiavamo un bicchiere di prosecco le esse riverberavano e facevano free climbing attorno a noi come se ci stessero accompagnando i violini.

    Ci fossero stati degli “italiani veri”, avrebbero pensato che stessimo scherzando, invece stavamo parlando con grande serietà.

     Il cameriere era molto ossequioso e si trovava sempre vicino al nostro tavolo, pronto a servirci, come se volesse unicamente lavorare per noi: non mi era sfuggito come, poco prima, avesse fatto cenni infastiditi verso due tavolini da cui continuavano a chiamarlo.

   Eravamo in un bar di paese e avere un artista veneziano così importante li faceva sentire al centro del mondo: sapevano chi fosse!

   Quando, forse un’ora dopo, ci alzammo, il cameriere lo aiutò prontamente spostandogli la sedia, chiamandolo Maestro.

    Nel bancone, a pochi metri da noi, il suo collega assieme all’altra cameriera parvero fermarsi, mi sembrò che tutti avessero smesso di parlare.

      Salutammo, e uscimmo infilandoci nel buio appena sopraggiunto.

 

Ricordi: groviglio di emozioni, come una folla disarticolata in tumulto

Franco Alesci

 

Linee in libera uscita

 

 

    Quando conobbi Yvan, all’inizio del 2002, erano passati soltanto pochi mesi dal giorno in cui la voce di Max si sviluppò senza contegno, distribuendosi per tutto il mio appartamento, informandomi sul disastro che era appena avvenuto.

    Quale? Ci arriviamo.

   Mi pare di sentirla ancora oggi: salì di volume, significativamente, aprendosi e andando oltre la capacità delle sue corde vocali.

    Quel giorno il mio socio trader era completamente in preda al panico, aveva starnazzato come una cornacchia che avesse appena subito l’assalto di un falco, non ancora completamente certa d’essere sopravvissuta.

    Io stavo al lavello della cucina: mi stavo “abbeverando” con lenti sorsi d’acqua fresca, nudo come al solito, perché ho sempre avuto bisogno di respirare oltre che con i polmoni anche con la pelle.

   Ero in uno stato di totale beatitudine: avevo conosciuto Chicca da poche settimane, e qualsiasi cosa fosse avvenuta, a me direttamente, o nel mondo, l’avrei accolta olimpicamente e con il sorriso sulla bocca.

   La voce e il panico di Max uscivano dagli altoparlanti con una certa efficacia: lui non era fisicamente lì, nel mio appartamento, – perché lavoravamo in audio conferenza - in quel momento si trovava a una cinquantina di chilometri da me, ma non c’era il minimo dubbio che fosse successo qualcosa di grave: non l’avevo mai sentito strillare così prima di allora!

   Con il sistema di microfoni e altoparlanti che avevamo organizzato potevamo parlare via internet, scambiarci informazioni e prendere delle decisioni immediate da qualsiasi parte dell’appartamento.

   Occorreva soltanto ricordarsi di spegnerli oltre certi orari e in certe situazioni.

     - I grafici sono usciti dai monitors! - mi disse.

    Effettivamente guardando i monitors vidi che i grafici degli indici di borsa scendevano verticalmente, come dei fili a piombo, le linee andavano giù, fuori dai video, e proseguivano andandosene via per conto loro.

     - Sai cosa significa? aggiunse.

     - Si, se non è un guasto del sistema, praticamente siamo rovinati.

    Accesi la TV, tutti i canali stavano trasmettendo le stesse immagini: una delle torri gemelle di New York era a fuoco e poco dopo sarebbe accaduto anche all’altra.

    Dei piccoli puntini neri stavano precipitando all’esterno e non erano farfalle.

     Era l’11 settembre, e da allora passai da uno status di quasi ricco, a cui ero pervenuto in diversi anni di speculazione on line, ad uno stato di enigmatica e regolare sopravvivenza.

      Credo che oggi Max sia in qualche luogo sperduto dell’Africa a seguire la costruzione di dighe e strade.

     L’ultima notizia che ho di lui risale a diversi anni fa, e allora faceva questo.

      Oggi ne ho perso le tracce e mi dispiace.

Stormi di farfalle amazzoniche ti cercheranno, ti troveranno, e atterreranno su di te. Sono i miei pensieri leggeri!

Franco Alesci

 

Nella tana del colore

 

Quel giorno, dal pavimento, si diffuse, orizzontalmente prima, espandendosi e salendo poi, come se si trattasse di un’edera infestante, la suite in SOL maggiore per violoncello di Johann Sebastian Bach.  Il suono mi entrò dritto dentro le orecchie, annunciandomi che il telefonino, dove avevo caricato questa melodia, stava squillando insistentemente, che qualcuno mi stava cercando e non avrebbe smesso finché non avessi risposto.

L’aggeggio si trovava sul pavimento a un metro da me, faticosamente allungai la mano per afferrarlo e rispondere, dovetti impegnarmi molto, lottai centimetro dopo centimetro, secondo un esercizio di stretching piuttosto rischioso per i miei legamenti. Infine ci riuscii.

Sei tu? – dissi.

Hai la voce soffocata, ti sei messo la camicia nera, quella col collo stretto?  – mi rispose all’altro capo una voce femminile molto seducente.

No, sto facendo la “verticale”, sono a testa in giù e a gambe in su, ma con i piedi appoggiati alla parete, stavo facendo questo esercizio e volevo riuscire a mantenermi così per qualche minuto, qualsiasi cosa stesse accadendo al mondo.

E tu, sei ancora a Venezia?

Si, non posso tornare a casa… puoi raggiungermi, subito, ho bisogno di te, c’è un problema.

Subito?

Si, il più presto possibile, sono preoccupata per Yvan, ho suonato il campanello del suo appartamento, diverse volte, e non risponde. Le finestre hanno tutte gli scuri aperti.

Posso essere lì in una quarantina di  minuti.

Va bene!

Abbandonai la “verticale”.

Mi tolsi la tuta da ginnastica, che lanciai più o meno verso il letto. Mi vestii velocemente, corsi giù per le scale, incrociai l’inquilina del piano di sotto che  salutandomi rise.

Compresi poco dopo: avevo la patta dei pantaloni aperta, i capelli irti, e allacciato i bottoni del giubbotto sulle asole sbagliate. Ero asimmetrico!

Mi riallacciai il giubbotto correttamente entrando nell’auto. Misi in moto e contemporaneamente mi riassestai i capelli partendo veloce in direzione Venezia. Mezz’ora dopo ero a Piazzale Roma, dove parcheggiai l’auto, e mi diressi di corsa verso San Basilio.

Finalmente arrivai dove mi aveva indicato Chicca, che trovai pallida ed evidentemente preoccupata.

Allora?

Come ti ho detto Yvan non risponde,  senz’altro è in casa, che è lì al secondo piano. E’ da due giorni che nessuno lo vede scendere. Non ci rimane che fare intervenire i pompieri.

Telefonammo.

Yvan, molti anni prima, era stato il docente di figura di Chicca, al liceo artistico di Venezia e ora, da anni, non aveva più nessuno al mondo.

Dopo una decina di minuti si sentì ululare, a tutto volume, la sirena della lancia dei pompieri . Ormeggiarono la barca sulla riva, veloci. In un attimo scaricarono le scale estendibili con cui si sarebbero arrampicati fin sul davanzale: sarebbero entrati dalla finestra. Li vidi organizzare la salita, determinati come teste di cuoio: il portoncino d’ingresso era chiuso dall’interno col catenaccio.

Si formò, quasi immediatamente, il solito capannello di curiosi.

“E’ la casa del pittore, quello del gruppo di Vedova e Tancredi, deve essergli successo qualcosa, non scende più… ha quasi novant’anni…”

Noi intanto salimmo al secondo piano percorrendo le ripide rampe di scale, dalla pendenza di tornanti di montagna. Appena entrati nell’appartamento i pompieri ci avrebbero aperto la porta di ingresso.

Pensai che quando nacque Venezia, l’età media doveva essere la metà rispetto quella odierna, o anche meno, e gli architetti di allora impostarono la pendenza delle scale anche in base alla diversa agilità e flessibilità degli abitanti di allora.

Dopo pochi minuti la serratura scattò dall’interno: clack-clack-clack. Uno dei pompieri ci aprì, entrammo.

Tutto bene, non è successo niente. – ci disse.

Per me era la prima volta che visitavo casa sua, mi emozionai.

Sentii vari rumori regolari, come se ci fossero tanti orologi a pendolo, ma semplicemente erano i rubinetti che perdevano: dal lavello della cucina, dal bidè e dalla vasca da bagno e... praticamente tutti. E alzando la testa vidi una macchia enorme sul soffitto: l’inquilino di sopra aveva una perdita consistente. E doveva essere piuttosto datata. Insomma, l’impianto idraulico dell’appartamento e di tutto l’edificio era un disastro.

Accatastati sul pavimento e sulle pareti c’erano centinaia di quadri, disegni, pacchi di fogli di carta e poi pennelli e tubetti di colore, ovunque. Notai almeno 5-6 tele, su altrettanti cavalletti. Gli odori del colore a olio e tempera permeavano l’appartamento.

Tutti i quadri, i disegni, le bozze erano girati sul dorso, cosa rappresentassero e se fossero finiti, o meno, non si poteva intuire.

Mi parve di entrare in un ‘altra dimensione, in un mondo parallelo dove avevano, magnificamente, trionfato i colori su tutto, stravincendo.

Yvan era seduto sul pavimento circondato da una certa quantità di bottiglie vuote, che non erano di acqua. Non riusciva a rimettersi in piedi per via dei calzini di nylon che indossava, particolarmente sdrucciolevoli. Doveva averli indossati con l’aiuto della signora delle pulizie, che un paio di volte a settimana passava da lui, ora, da solo, non riusciva neppure a toglierseli. Ad una certa età non bisogna dare per scontato più nulla. E per capire come mai il telefono non funzionasse bastava osservare la cornetta: rosicchiata e fessurata, sembrava un osso che fosse stato addentato ferocemente da un rottweiler. Così aveva passato un paio di giorni gattonando come un bambino.

Ciao Yvan.

Ciao Frank.

Passavamo di qua.

Ci venne da darci del tu, non lo vedevo da qualche settimana dopo quell’unico incontro a Mogliano, mi parve di andare a trovare mio nonno che tanto brevemente avevo conosciuto.

Ti andrebbe di uscire con noi Yvan, andiamo in “Trattoria alla Madonna”: pesce.

Aspetta che guardo l’agenda… e sorrise.

Dopo un paio d’ore uscimmo dalla casa-atelier.

Chicca lo aiutò a vestirsi e a sistemarsi, gli allacciò un bel foulard, faceva freddo fuori, in testa un cappello sulle ventitre, scelse il migliore bastone da passeggio che aveva, ormai indispensabile per lui, col manico d’osso che rappresentava la testa di un’aquila.

Scommetto che giù pensavano fossi morto.

Si Yvan, e invece adesso scendiamo tutti e tre sgambettando. Ho l’acquolina in bocca, ho corso come Schumacher per arrivare presto da Treviso, ce la facciamo una bella frittura mista?

Aggiudicata, con vino bianco sfuso che alla “Madonna “ hanno delizioso. Col pesce ci va il vino bianco … sono due giorni che bevo soltanto rosso.

 

 

Gli spiriti liberi siedono su morbide poltrone d’ossigeno.

Franco Alesci

 

Onde, “Heil” e avvoltoi

 

 

      “Scivolato via da onde alte, lunghe, intense, evitando montagne di acqua che avrebbero potuto sommergermi…

      Adesso sono a riva, dove scorrono delle splendide giornate estive, permanentemente soleggiate.

      Ogni tensione sembra lontana e remota, di un altro tempo e di un altro mondo, il che si sintetizza con una sola parola: armonia ritrovata, o forse mai avuta prima“

 

  Dopo aver vissuto in simbiosi con i monitors e la rete per anni, a osservare i grafici degli indici di borsa come se fossero stati bei fiori colorati, stavo abbandonando finalmente e definitivamente questa fase di vita insana e inutile.

  Tranquillo, fuori dalla follia delle tensioni speculative, adesso volevo riprendere a usare il computer solo per narrare, per far vedere al mondo quello che avevo sedimentato dentro di me nell’ultimo periodo di vita, e quello che avevo scritto molti anni prima e che era finito nel fondo di un cassetto.

  “Ormai a riva” stavo imparando una cosa nuova e divertente: l’arte dell’immobilità.

 Chicca, talentuosa e appassionata artista, mi ritraeva quasi giornalmente.

  Da uomo più o meno normale ero diventato per una donna, improvvisamente, stupendo e mi cimentavo in qualcosa che non avrei mai pensato di fare nella vita: il modello.

   Mi prestavo con grande serietà: ora nudo, ora vestito, nelle pose più strane, articolate e impegnative.

    - Stenditi così, tieni la spalla più rilassata, raccogliti di fianco, sposta il viso… - erano alcune delle tante indicazioni precise che mi dava Chicca, giornalmente, prima di iniziare a lavorare.

    -Ti sei spostato.

    - Chi, io? Di quanto?

    - Di troppo.

    - Sto imparando, però! Ma… quanti ritratti pensi ancora di farmi?

    - Parecchi.

   A stare immobile mi venivano anche colpi di sonno che, quando si manifestavano, anticipavo declamandoli:

     - Mi appisolo un po’, qualche minuto mi basta.

     - OK, io continuo a lavorare, dormi senza muoverti.

     Una di quelle volte, dopo neanche trenta secondi, squillò il telefono.

     Impossibile! Mi dico.

    Lei è qui, Max è in Africa, non faccio vita sociale da tempo, chi può essere?

     Rispondo, e sciogliamo il mistero.

   - Ciao sono Yvan, ho chiamato te perché il telefonino di Chicca è spento     – mi dice la voce all’altro capo.

    - Sì, Chicca è qui con me.

     - Sì, lo so. Voi due siete gli unici di cui mi fido. 

 

 Un mercante d’arte vorrebbe incontrarmi, mi ha telefonato dicendo che intende farmi una proposta molto vantaggiosa, cioè comprare tutti i miei quadri in blocco.

      Io gli ho risposto che possiamo parlarne purché siano presenti i miei due nipoti, cioè mia nipote e il suo compagno, sì… voi due!

     - Grazie per averci nominato come nipoti. Va bene, ci saremo.

   - Sai Frank, questo incontro mi ricorda tanto il volo degli avvoltoi quando dall’ombra di un’oasi annusano l’odore del cammello moribondo sotto il sole a picco.

     - Caspita!

     Yvan era un uomo solo da molto tempo.

   Adesso preciso meglio: formalmente Yvan aveva un fratello molto anziano, un ex tenente colonnello dell’aviazione, - figura di dannunziana evocazione -, che durante la seconda guerra mondiale come pilota di aerei si era distrutto una spalla precipitando in una palude.

    Naturalmente salvandosi, perché la cattiveria crea come una corazza di acciaio inox 1810.

    Un uomo rigido, insensibile, una specie di robot, come si poteva capire quasi immediatamente conoscendolo, o anche soltanto vedendolo.

    Una volta, mentre stavo passeggiando con Chicca lungo la riva delle Zattere a Venezia, lo incrociammo secondo una rotta quasi di collisione e ce lo trovammo davanti all’improvviso.

   Chicca fece appena in tempo a sussurrarmi: oh no! Oh no! Adesso vedrai.

    Lei, l’aveva conosciuto un po’ di tempo prima, e lui doveva esserne stato particolarmente colpito dato che, ogni volta che la incontrava, faceva scaturire delle scenette anacronistiche.

     E così fu anche allora: si fermò, batté i tacchi e fece una specie di baciamano.

     Forse io avrei dovuto sollevare il braccio e dire Heil?

     Indossava un impermeabile scuro, chiuso strettamente in vita con la cintura, con gli stivali di gomma perché quel giorno a Venezia doveva esserci stata l’acqua alta ma, almeno… non aveva le mostrine alle spalle.

      Mi limitai semplicemente a osservare, spostandomi di fianco con le braccia conserte, la pantomima che si stava svolgendo.

     L’agenda mi confermava che eravamo proprio nel 2002 e non nel 1942.

     Chicca non me lo presentò, e fece benissimo.

     - Devi farti raccontare da Yvan che tipo sia e perché tra loro non c'è nessun rapporto.

      E cosi feci alla prima occasione:

      - Io e mio fratello siamo come l’acqua e il fuoco, incompatibili - esordì Yvan iniziando a raccontarmi del loro rapporto definitivamente compromesso.

     Gli episodi sarebbero tanti, ma te ne racconto uno che vale per tutti: molti anni fa, decenni fa, un tempo quasi pari alla tua età, vivevo con Romana la donna della mia vita, pittrice anche lei, e morta prematuramente.

      Un giorno, mentre stavamo lavorando, suonano al campanello.

      Ripongo i pennelli e vado ad aprire: all’uscio si presenta mio fratello.

    Questo mi rende contento, penso che sia venuto a trovarmi e che desideri conoscere la mia compagna.

      Gli dico: - vieni, accomodati, cosa posso offrirti?

    - Ho le scarpe che non sono lucide ed ho un appuntamento importante, hai uno straccio per pulirle? – mi risponde.

      - Francesco - gli dico, - ti presento Romana.

       Sì, va bene – rispose.

      Non le allungò neppure la mano, non la degnò d’uno sguardo.

 

   - Ho fretta - disse – devo andare.

    - E dopo essersi passato con energia lo straccio sulle scarpe, senza neppure alzare la testa, se ne andò.

      Mio fratello non sopportava gli artisti e davanti a sé quel giorno se ne trovò addirittura due, che vivevano insieme senza essere sposati, che in quegli anni poteva dar fastidio a certa gente.

   Yvan mi raccontò anche altri episodi, molto tristi, e ogni volta, aggiungeva qualche nuova amara osservazione, e pareva liberarsi un po’ di più.

   L’ appuntamento con il mercante d’arte era fissato per sabato pomeriggio, a casa di Yvan a Venezia.

      Dunque, il mercante d'arte entrò, Yvan lo squadrò, e non gli piacque.

      Si ritirò in un mutismo ostinato, rifugiandosi, come faceva in questi casi, nel suo mondo.

      Quel giorno io e Chicca dovemmo gestire la visita dell’uomo, che per la verità dopo poche battute non piacque neppure a noi.

     Invadente, cominciò a girare per l’appartamento-atelier, come se fosse casa sua.       Senza dire niente iniziò a girare i quadri che, in quell’occasione vidi anch’io per la prima volta, e a curiosare ovunque come se si trattasse solo di organizzare il trasporto del materiale.

     Lo ripresi:

     - stia fermo, faccio io, li giro io i quadri - dissi, un po’ infastidito da tanta sfacciataggine.

     Tutti, escluso Yvan, guardavamo i quadri, noi con grande emozione, l’uomo con grande interesse.

   Le coincidenze: il mercante era dotato di un naso aquilino molto pronunciato, un pomo d’Adamo sporgente, e una struttura fisica asciutta e longilinea, con una postura considerevolmente inarcuata.

 Era facile accostarlo a uno di quelli avvoltoi nell’oasi, in attesa del vecchio cammello, come nella metafora di Yvan.

      Più tardi, dopo aver esaminato decine di quadri, le palpebre dell’uomo parvero ruotare come se i suoi occhi fossero i display di una slot-machine, che andassero a cercare i simboli da allineare, per dare l’importo della sua vincita.

      Propose una cifra per acquistare tutto in blocco.

     Io e Chicca ci sbellicammo dalle risate, ci vennero i singulti, Yvan, vedendo che ridevamo, si scosse dal torpore e ritornò tra noi, contagiato, iniziò a ridere anche lui.

     Mi avvicinai e gli dissi la cifra che gli aveva proposto e le risate si intensificarono. L’unico serio era l’uomo-avvoltoio che, mentre eravamo piegati su noi stessi, aggiunse:

      - E’ troppo basso? Ho esagerato? Posso anche arrivare a…

      Ma non lo ascoltavamo più e continuammo a ridere così tanto che mi vennero le lacrime agli occhi.

 Accompagnai l’uomo alla porta e, mentre usciva, partì, indipendentemente dalla mia volontà, un calcio diretto al suo sedere, che andò a vuoto per un soffio.

    Le opere d’arte preziose ed emozionanti, dai bellissimi e illimitati colori, che percorrevano una fetta di vita, di storia, di estro, di un uomo speciale, erano ancora lì: dal figurativo all’astratto, dal simbolismo al surreale, fino alle sperimentazioni dell’ultimo periodo.

   L’affare era definitivamente sfumato, e a nessuno di noi fregava proprio niente.

 

 

Sulla spiaggia ti ho creata dominando la sabbia,

 poi ti ho adagiata su un’onda, e ho nuotato con te.

Franco Alesci

 

China Bina e le tortore

 

 

2003

    Una piccola e veloce rivoluzione era avvenuta nella mia vita: mi ero trasferito da Treviso a Mogliano Veneto.

     Avevo lasciato l’appartamento di Treviso così come si abbandona una nave che sta andando a picco.

     Quell’anno ripresi a scrivere.

   Materialmente lo facevo in un sottotetto, in uno spazio di almeno quaranta metri quadrati, non di Parigi ma di Mogliano Veneto, che andava bene lo stesso.

    Quello che mi ricordo, ripensando a quella fase di vita è che, mentre scrivevo veloce, picchiettando sui tasti della tastiera del PC, come se stessi suonando dei pezzi di Chopin al pianoforte, ero quasi sempre in compagnia.

    Pagine su pagine, con i rivoli di sudore che, soprattutto d’estate, per lo sforzo e il caldo, mi scendevano sulla fronte, e la banda dei capelli che oscillava come le ali di un pipistrello.

  Si, spesso eravamo un trio: io più due tortore che venivano a guardarmi dal lucernario della soffitta dove lavoravo.

  Curiose, e rapite dal tramestio creativo, accompagnavano quello spezzone di tempo con il loro tubare e i loro movimenti aerei e leggeri.

    Dovevano avere il loro nido a pochi metri da me tra i folti rami di uno dei pini secolari che mi circondavano e le cui fronde arrivavano fino a pochi metri dal tetto sotto cui mi trovavo.

    Venivano a osservare quello che stavo combinando, e io ogni tanto mi fermavo e osservavo loro.

 

   Un’altra bella presenza di allora era China Bina, una gatta selvatica che, attraverso il foro della "gattaiola" in cucina al piano terra, giornalmente veniva a trovarmi.

     China percorreva di corsa tutto il piano terra, saliva la prima rampa di scale, e ancora di corsa trottando come un cavallino, preannunciata dai cigolii della scala di ferro che univa il primo piano alla soffitta, arrivava da me per il primo giro di fusa.

     Imparai allora quanto siano abitudinari e puntuali i gatti.

    Da quando ci conobbe non saltò mai un giorno e non tardò mai all’ appuntamento, tra le sette e le otto di ogni sera.

     La chiamai China Bina, perché? Non so, mi venne così.

    Povera bestia, i parassiti l’avevano invasa, e quando la vidi la prima volta mi parve di vedere una specie di gatta-punk: aveva una cresta di pelo sulla sommità della testa e quasi niente ai lati.

     Non fu facile liberarla dai parassiti, voleva sempre e solo avvicinarsi lei ma non voleva il viceversa, e metterle le gocce di “frontline” per liberarla da pulci e zecche fu un’impresa.

     Lei era il quarto elemento della banda nel senso che: io picchiavo sulla tastiera, le tortore tubavano e China Bina rotolava sul pavimento intorno a se stessa, con ritmo e misura.

    Questo quartetto, più la rimanente parte pan umana, di cui adesso dirò, avvolti intorno a me, costituivano un mantello leggero, colorato, caldo, cioè un’atmosfera perfetta.

    Adesso vivevo con Chicca in quella bella ampia casa, in cui lei già ci abitava prima di convivere con me a Treviso, e con noi adesso c’era anche Yvan che altrimenti sarebbe stato confinato perennemente nel suo appartamento-favo, diviso dalla vita attiva da impercorribili ripide scale che non era più in grado di affrontare, e quindi a breve destinato a qualche ospizio, e “Furia” la figlia di Chicca la cui presenza si avvertiva per i vortici d’aria che produceva ad ogni suo passaggio che non duravano mai più di pochi istanti.

     China Bina rappresentò uno dei tanti fili che ci legavano, come si sa i gatti sono artisti e con noi era a suo agio, ci amava tutti e lo manifestava con le sue fusa generose.

     Yvan dormiva seduto in poltrona, da anni non si stendeva sul letto, perché quando lo faceva respirava a fatica, poche ore di sonno così.

     Io e Chicca eravamo sistemati al primo piano, e “Furia” in un'altra stanza dello stesso piano.

     Come fu la convivenza?

     Spensierata, come solo tra artisti può essere: non ci annoiavamo mai.

   Avremmo potuto anche semplicemente stare seduti per ore senza annoiarci, usciva sempre qualcosa di interessante, qualche spunto, qualche idea, qualche storia.

 

     Yvan ci lasciò nel 2005, due anni dopo, non dirò come, questo non ha nessuna importanza, certamente lasciando in me dei ricordi molto belli.

 

    Lo spirito di queste pagine era di introduzione al sito che sta per nascere e che sarà completamente dedicato a questo amico e grande maestro del colore, e dove si parlerà approfonditamente della sua opera.

    Dunque un luogo dove saranno raccolti molti dei dipinti di Yvan più significativi e verso cui ho voluto, con queste pagine, fare da ponte.

 

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© Serenella Minto